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Zara accusata di sfruttare schiavi in Argentina

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La Alamenda, ONG di Buenos Aires che si batte contro il traffico delle persone e lo sfruttamento della manodopera, ha scoperto che Zara in alcune officine tessili clandestine a Mataderos, Liniers e Floresta, in Argentina, fa lavorare immigrati (per lo più boliviani), tra cui alcuni bambini, in situazioni degradanti, di schiavitù. I turni di lavoro sono di almeno 13 ore al giorno, con divieto di lasciare le fabbriche senza permesso. Gustavo Vera, portavoce di La Alamenda, sostiene che i lavoratori erano all'opera dalle 7 di mattino alle 11 la sera per sei giorni la settimana, il tutto senza pause.

Nella fabbrica venivano prodotti capi della collezione Zara Man venduti in Gran Bretagna: gli indumenti sono stati trovati nei laboratori con tanto di etichetta che attesta la produzione argentina del capo. Zara, che ufficialmente in Argentina ha sessanta fabbriche, ha dichiarato di svolgere regolarmente dei sondaggi circa lo stato degli ambienti di lavoro e del trattamento della manodopera e si è detta “disponibile a cooperare con gli investigatori”. Juan Gomez Centurion, leader della ONG, che ha controllato tre fabbriche la scorsa settimana, dice che uomini e bambini vivono in terribili condizioni igienico-sanitarie, senza illuminazione né ventilazione, restando sempre sul posto di lavoro. Sin tratta di immigrati illegali, senza documenti.

Zara fa parte di Inditex, impresa spagnola fondata nel 1975 dal miliardario Amancio Ortega. L'azienda si è detta stupita dalle accuse, e nega ogni tipo di rapporto con i lavoratori in questione. "Non risulta Zara abbia nulla a che fare con quelle fabbriche", hanno detto i portavoce del marchio. "Saremmo lieti di collaborare con La Alameda, anche per capire di cosa ci accusano, ma non siamo stati contattati dall'associazione né dalle autorità argentine, a riguardo".

Zara non è nuova ad accuse simili: nel 2011 la griffe è stata accusata di usare mano d'opera in Brasile (a San Paolo) in condizioni di lavoro da schiavitù. Anche in quel caso, gli schiavi erano per lo più boliviani e peruviani, fra i quali un 14enne, che lavorano 12 ore al giorno, sette giorni su sette in condizioni igieniche aberranti e con un salario di poco superiore ai 200 euro al mese. In quell’occasione l’azienda fu accusata di schiavitù e sfruttamento del lavoro minorile e obbligata a pagare una multa di oltre 400.000 oltre a risarcire tutti gli operai. I vertici della compagnia furono invitati a scusarsi pubblicamente difronte alla Commissione dei Diritti Umani di San Paolo.

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