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Anton Giulio Grande ad Excite: 'Vestire bene è una storia diversa dall'essere alla moda'

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La Barbie della sorella, l’eleganza della madre, i film anni Cinquanta, i grandi show del sabato sera alla tv: la definizione di stile di Anton Giulio Grande parte da qui. Parte da Lamezia Terme, dal luogo in cui è cresciuto, da quella stanza in cui sfogliava le riviste e dove, di nascosto, compilava la domanda d’iscrizione per una scuola di moda. Poi, il debutto sui gradini di Piazza di Spagna e l’inizio di una carriera intessuta tra ricami e trasparenze. E così, il sogno ha cominciato a sfilare al passo con una femme fatale, ritagliando uno spazio riconoscibile in un mondo in cui il concept di eleganza è passato dal rigoroso al confuso. Abbiamo incontrato lo stilista in occasione di Ide{a}ntity, una manifestazione e un viaggio attraverso il cibo, il territorio e il lifestyle Made in Calabria. Nella cornice del Castello Svevo di Cosenza, va in scena la favola di Anton Giulio Grande.

Parlaci del piccolo Grande che sognava il mondo della moda

È una passione nata sin da quando ero un ragazzino. Adesso è un mestiere molto gettonato ma quando ho iniziato la mia carriera era un altro mondo, soprattutto nella provincia calabrese: la Lamezia Terme di cui sono originario non è certamente la Lamezia di 25 anni fa. Dire: “Voglio fare lo stilista di moda” significava essere guardati con un occhio che sapeva di: “Stai bene? Ti manca qualcosa?”. Era abbastanza raro pensare di fare una cosa del genere, soprattutto perché allora la moda era appannaggio di pochissimi. Era la moda del lusso, d’élite, dei grandi nomi come Valentino, Gianfranco Ferrè, Versace, Armani. Io compravo le riviste, guardavo Piazza di Spagna ma ero caparbio: volevo fare questo lavoro. Dopo il liceo classico ho compilato di nascosto la domanda per entrare al Polimoda, l’unica filiale europea del Fashion Institute of Technology della States University di New York.

Il debutto?

Mi piace pensare ad una data: luglio 1997. 23 anni e una sartoria aperta da poco. Il presidente della Camera della Moda mi incoraggiò dicendomi che ero pronto. Così portai a Roma le mie modelle, il mio staff, la mia sfilata e misi in scena un’idea geniale: un trucco cinematografico ispirato ad Atlantide con delle modelle calve. Oltre agli apprezzamenti della stampa, il presidente della Camera della Moda mi chiamò per complimentarsi: mi voleva come debuttante a Piazza di Spagna. Ecco, nonostante il mio lavoro fosse iniziato da prima anche come ospite in trasmissioni tv, mi piace pensare al mio inizio nell’haute couture con Piazza di Spagna che, tra l’altro, mi è valso una voce nel dizionario della moda italiana come lo stilista più giovane che la moda abbia mai avuto.

C’è stato un evento, un film, un abito o una suggestione che ha influenzato la tua cifra stilistica?

Tante cose. Provengo da una famiglia matriarcale, ho vissuto con mia madre, mia zia, mia sorella e mia nonna, perciò le donne sono il centro dell’universo di Anton Giulio Grande. C’era mia sorella che giocava con gli abiti di Barbie e poi mia madre, una donna davvero elegante. Insieme a questo considera che, vivendo in provincia, il massimo era vedere la televisione e gli spettacoli del sabato sera. Quindi il mio immaginario era costellato da donne bellissime che portavano degli abiti luccicanti, di paillettes, con le piume di struzzo. Vedevo le gemelle Kessler, Loretta Goggi, Raffaella Carrà, la Cuccarini, Brigitte Nilsen. E poi ho sempre amato i vecchi film, quelli anni Cinquanta: Marylin Monroe, Greta Garbo, Grace Kelly, Marlene Dietrich, Rita Hayworth erano le mie icone. Ho un retaggio culturale molto influenzato da un certo tipo di donna.

Cosa c’è della tua terra come ispirazione?

Molto, anche se l’ho scoperto dopo. È stata un’esperienza indiretta, non vissuta. Il costume tipico popolare della Calabria è la cosiddetta “pacchiana”: una gonna di plissé, un bustier, una camicia di pizzo, uno scialle con le frange. Sono tutti elementi che, in maniera moderna, attuale e in chiave glam, vengono ripercorsi, quasi inconsapevolmente, nelle mie creazioni.

Guardavi alle donne di ieri come icone di bellezza e talento. Come vedi, invece, le donne di oggi?

Le trovo molto confuse. Le donne eleganti d’un tempo sono inarrivabili. Ma è lo stesso concept di eleganza ad essere cambiato. La moda è diventata più fruibile, a portata di mano, è veloce, un mordi e fuggi che passa anche attraverso internet con programmi e blogger. È tutto più accessibile. Così, se una volta per essere eleganti non bastava avere gusto e saper abbinare i capi ma bisognava anche comprare capi di qualità, oggi si mixa l’importazione a basso costo con pezzi più importanti e una borsa di Hermès si porta su un pantalone di Zara. Ma il risultato è una donna appariscente che troppo spesso cerca di inseguire un modello proposto da una rivista. Errore: ciascuno deve trovare il proprio stile e non indossare qualcosa a tutti i costi semplicemente perché lo ha visto addosso a Belen o a Kate Moss.

Gli abiti di Anton Giulio Grande

Com’è cambiato il concetto di eleganza?

Un tempo era molto più rigoroso, seguiva un’idea di bon ton, c’erano delle regole da rispettare. Adesso una donna prende dall’armadio vintage, moderno, lusso, low cost e crea uno stile. Poi sai, ogni tanto ci si inventa una terminologia: ora c’è il trasandato chic o l’etno-chic con jeans che arrivano a costare anche 1000 euro, con gli strass nelle proposte uomo e con l’idea di un guardaroba interscambiabile fra lui e lei. Ma essere alla moda è un conto, essere vestita bene è un’altra storia. La differenza sta in chi indossa: una persona può essere piacente ed elegantissima pur non spendendo tanto. Invece vediamo delle donne griffatissime dalla testa ai piedi ma l’impatto è molto discutibile.

La Calabria ti vede protagonista come ambasciatore di moda

Sì. Sabato 17 ottobre sarò ospite con una performance di alta moda a Cosenza, nella cornice del Castello Svevo all’interno di Ide{a}ntity, un contenitore che vuole celebrare il Made in Calabria. Presenterò 12 capi delle mie ultime collezioni. Sfileranno quattro ragazze, due calabresi (in realtà una è una rumena trapiantata in Calabria) e due della mia “scuderia”. Sarà alta moda da sera con abiti ricamati in pizzo, con i miei leitmotiv e tutte quelle caratteristiche da sempre presenti nel mio background sartoriale e creativo, assolutamente Made in Italy e spesso Made in Calabria.

Accanto all’haute couture anche il prêt-à-porter?

Creo collezioni di nicchia, limitate, non da grossi numeri. Faccio anche borse e accessori; adesso sto studiando una linea di occhiali da sole, ho già pronti i campioni. La collezione è in uscita il prossimo anno.

Com’è il presente di Anton Giulio Grande?

Mi occupo di coccolare le mie clienti, mi piace vestirle con capi unici. E poi lavoro con le spose. Ma non mi fermo mai. È un lavoro molto bello, impegnativo e stressante perché ti porta a viaggiare tanto. Sono appena stato a Parigi passando per Roma. Il week end resterò in Calabria. Dopo la sfilata al Castello Svevo di Cosenza farò uno shooting molto bello con una delle mie modelle a Palazzo Spinelli di Belvedere, sulla costa cosentina.

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